nov 05

giu 16

Chi di voi si interessa di politica, saprà che quella di Capezzone è una vicenda molto particolare: da gioiello del partito radicale alle p.r. di Berlusconi.

Un salto? Un voltagabbana? Per molti - tra cui ascrivere anche il sottoscritto - un atto di coerenza personale e politica.

Sul tema pubblico, qui sotto, una bella intervista di G. Perna a Daniele Capezzone, intitolata: Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio: «Io, la bestia strana»

Cortese per natura, Daniele Capezzone è oggi ancora più premuroso. È tutto un cedermi il passo, invitarmi a sedere, sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni, è addirittura da passerella oggi nell’abito blu. In meno di due mesi dal suo ingresso nel Pdl, l’ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo: glamorous & fashionable.
«Sono lietissimo di vederti», dice mentre accosta la porta della sua stanza al Velino, l’agenzia di stampa di cui è da sei mesi socio e direttore.
«Spero tu non perda la letizia nel corso dell’intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi. Mandrake?», chiedo.
«Ringrazio Berlusconi che mi ha dato un’opportunità che mi lusinga», dice Daniele e si assesta gli occhialini che dilatano i suoi occhioni blu.
«Perché ha scelto te che fino a qualche mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?».
«Io sono una bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono neanche candidato», e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta stante una medaglia.
«Che c’entra questo con la nomina?».
«Credo che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale».
«Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. È un Saturno che mangia i figli?».
«Logoro cliché che non gli rende giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse di Visco. Un suicidio», dice triste e reclina la testa come un fiore appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto.
«Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?».
«Le asprezze personali contano poco. È stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto con la prima Finanziaria di Prodi l’aumento delle tasse, con la seconda l’aumento delle spese. E io ho fatto fagotto».
«Una volta radicali, sempre radicali?».
«Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente, se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente, alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista “Under 30” di Rutelli, un po’ più delle liste “Forza Roma” e “Avanti Lazio”. Mi dispiace».
«Pannella non se ne accorge?», chiedo e giro gli occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie di grattacieli newyorkesi, vista sul Quirinale.
«Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto. Comunque, auguri».
«Bonino?».
«Al Senato ha votato contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso prestito deciso da Prodi e da lei votato al Consiglio dei ministri», dice sarcastico.
«Non puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006, decideste l’alleanza con Prodi», gli ricordo.
«Purtroppo, fallì l’intesa col centrodestra. Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi, ma in autonomia. Dovevamo giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo, invece, ci siamo totalmente appiattiti».
«Mantieni le tue amicizie tra i radicali, per esempio con Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale?».
«Ho tantissimi amici in giro per l’Italia. Di Bordin non parlo».
«Ma ti difese quando Pannella volle radiarti dalla radio!».
«Poi, ha scelto di conservare la direzione. Auguri anche a lui».
«Pannella da vicino?».
«Pirandellianamente ci sono tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne siano. In questi due anni, non c’è stato il Pannella migliore».
«È autolesionista?».
«Gli succede quello che accade in tante piccole aziende. Il fondatore ha paura di farle crescere e diffida dell’ingresso di nuovi soci. Per le stesse ragioni, Marco mette a rischio la sua impresa e la sua storia».
«Bonino?».
«Ha scelto di non osare. Al netto dei suoi prestigiosi incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è oggi chiaramente scolorito».
«Come tanti – da Rutelli a Giovanni Negri – anche tu hai lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da Marco», stuzzico.
«Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha potuto fare tantissime cose anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira. A volte ti telefonano ogni due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante è restare sereni e fare ciò in cui si crede».
«Si dice che i pupilli di Marco siano anche i suoi amasi. Tu lo sei stato?».
«No», replica e mi fissa duro, ma senza rossori né imbarazzo.
Oggi sei col Cav che hai spesso insultato. Con che faccia?
«Berlusconi è stato il primo a sorridere affettuosamente di qualche battuta birichina che ho fatto su di lui in passato».
Hai detto di lui: «Ha una visione clerico-fascista su divorzio e droga». Il Cav è clerico-fascista?
«Al contrario. Berlusconi ha tenuto un ammirevole equilibrio tra il rispetto della sensibilità religiosa e la necessaria laicità dello Stato».
Che pensi dell’uso di droga?
«Non la consumo. Ma il proibizionismo non è la soluzione. Per mettere d’accordo proibizionisti e anti, è necessaria una grande campagna informativa sui rischi dell’uso e dell’abuso di droga».
Sempre del Cav hai detto: «Quando è entrato in politica aveva cinque miliardi di debiti, oggi ha 29 miliardi di attivo», sottintendendo maneggi.
«Maneggi, lo dice lei. Obiettivamente, si è trattato di una gestione di straordinaria efficacia. I retro pensieri li lascio ai malpensanti come lei».
Fai pure l’offeso, sbarbatello. Io continuo col tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la politica, gatta ci cova. O no?
«Non svicolo. Capisco però che gli oppositori di Berlusconi possano ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va dimenticato che qualcuno – vedi Di Pietro – voleva sfasciare lui e Mediaset. Bene che non ci sia riuscito e che l’Italia abbia guadagnato un politico liberale in campo».
Ti pesa il conflitto di interessi?
«Davvero c’è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni».
Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo?
«Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell’economia liberale e della riduzione delle tasse».
Da liberista, ti fidi del neo statalista Tremonti?
«L’esordio è eccellente. Via l’Ici e detassazione degli straordinari. Visco appartiene a un’altra era».
Sei stato tra i paladini dell’indulto. Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e stuprato.
«È stata una battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi. Così, una buona intenzione si è risolta malamente».
D’accordo con l’introduzione del reato di clandestinità?
«L’Italia appare tuttora un posto dove chiunque può arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato o no, il governo ha dato una svolta».
Limitare le intercettazioni è un regalo ai delinquenti?
«Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il suo obiettivo è intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per cento degli italiani?»
Le toghe napoletane che, all’indomani della nomina del sottosegretario ai rifiuti, gli hanno arrestato lo staff?
«Mi hanno preoccupato. Vorrei la collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi. Bene ha fatto il premier a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente. Erano nel mirino».
Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a sinistra era un tradimento. Hai risposto: «Questo film del tradimento dove lo danno?». Lo fu o no?
«Riconosco che il film è stato effettivamente trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla sala cinematografica».
Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente hai detto: «Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi porteremo nel centrosinistra». Lo ridiresti?
«Loro hanno davvero centrato l’obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho tratte le conseguenze».
In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora?
«Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti che rischierebbero di essere troppo fragili».
La fine dei rossi rossi?
«Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia capiti benissimo: no Tav, no Ponte… No tutto. E il Paese vuole invece dire sì».
La pax Cav-Veltroni?
«Berlusconi fa bene a cercare di salvare il soldato Veltroni. L’Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di Pietro e mi lascia allibito».
Facendo il portavoce hai messo una pietra sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni?
«Spero, nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non scontate».
Qual è il tuo futuro, giovanotto?
«Ho scommesso sul Pdl. Se va bene, magari, mi sposo».

mag 02

Soldi, soldi, soldi… ma quanto si saranno divertite quelle centinaia di migliaia di persone che sono accorse ieri sul sito del ministero per vedere i guadagni (dichiarati) del vicino di casa?

La questione non ci stupisce, e ci fa sorridere.

La volontà di rendere pubblici i redditi degli italiani attraverso internet non è soltanto più che legittima (già ora i dati sono in teoria pubblici), ma più che sacrosanta, vista - si sà - l’enorme tendenza all’evasione fiscale che piaga questo paese.

Ma se le tasse fossero (oltre che bellissime) anche più giuste, se il fisco fosse trasparente, se un po’ più di senso civico accompagnasse gli italiani… beh forse avremo meno da sbraitare contro la classe dirigente e più da lavorare… noi, in prima persona!

Molti hanno protestato sollevando il muro del “diritto alla privacy”. Noi tuttavia crediamo che questo diritto debba essere ridimensionato, ridotto e ricondotto entro confini di “individualità”.

Mi spiego meglio. E’ nel finire degli anni sessanta con A. Westin in Privacy and freedom che per la prima volta si è qualificato il diritto alla privacy come

“la pretesa degli individui, gruppi ed istituzioni di determinare loro stessi quando, come ed in che misura le informazioni sul loro conto sono comunicate ad altri”

La privacy non è più semplicemente l’assenza di informazioni su di noi (così come era stata “ideata” da due studiosi - Warren e Brandeis - alla fine dell’ottocento), ma diventa piuttosto il controllo che noi abbiamo delle informazioni che ci riguardano. Potrebbe allora sorgere il sospetto - tutto di derivazione posneriana - che questa scelta di “riservatezza” rappresenti solo la volontà di controllare la realtà attraverso una “manipolazione selettiva” dei fatti che ci riguardano [Così R. A. POSNER in The economics of justice]. Un “velo di Maya” da usare come nostro tornaconto…

Certamente quando si traspone un concetto così ampio in termini tecnico-giuridici ci si avvede che esso conduce non proprio alla formulazione di un diritto, ma ad una costellazione di diritti non tanto accomunati da caratteri strumentali o formali, quanto proprio da una certa matrice ideale di rifiuto di intrusioni non consentite in una sfera riconosciuta come propria della persona e della sua spontanea socialità. Viene con esso in evidenza un principio di autonomia come radice di ogni libertà, sia essa positiva o negativa, sia configurabile in termini giuridici come liberty from o come liberty to che finisce per assumere un connotato fortemente espansivo e per ricongiungersi alla positiva garanzia costituzionale del “pieno sviluppo della persona” [Così A. Cerri alla voce Riservatezza dell'Enciclopedia del diritto].

Ma, come invero ha scritto il Posner, questa tutela così estesa del diritto alla privacy è economicamente inefficiente e contrasta con la logica di un mercato libero e trasparente, quindi con i benefici che una maggiore circolazione di informazioni arreca all’economia di mercato.

Una tutela così estesa, e così poco ragionata di un diritto del quale - ancora oggi - si fatica ad individuarne i confini, considera solo l’interesse individuale e non anche quelli sociali e comuni ad esso antagonista.

Per questo motivo crediamo che la “privacy”, così come sbandierata dai più, sia in realtà una danno alla collettività. Pur tuttavia, siamo consapevole che - nella realtà dei fatti - dietro alle proteste di molti, ci sia qualcosa di sentito ma non detto, una sovrastruttura mentale sedimentatasi in decenni di retorica veterocomunista: in Italia chi guadagna sembra debba vergognarsi.

Forse bisognerebbe cominciare a lavorare proprio da questo e spiegare ai pubblici sobillatori che a vergognarsi dovrebbe essere il parassita, non coloui che i denari li guadagna onestamente ed altrettanto limpidamente li gestisce!

apr 17

Spero non mi prendano in giro…

Però, come si dice nel blog Riso degli angeli…

Beh, non so se siete d’accordo, ma io continuo a preferirla a Luxuria!

apr 14

Quante parole verranno spese, quanti fiumi d’inchiostro versati per descrivere queste elezioni. Noi le abbiamo seguite attentamente - come al solito, direi - e vogliamo riproporvi solo una riflessione.

Quel processo nato nel 1989 quando cadde il primo mattone del Muro che divideva la città di Berlino, si è concluso oggi, quando l’ultimo grammo di polvere di una logica post bellica è stato spazzato via dal vento.

Hanno detto che gli italiani sono, per la gran parte, analfabeti. Hanno detto che ci meritiamo la classe politica che abbiamo. Hanno affermato che la gente comune segue la politica come l’asino la carota. Ebbene, oggi s’è dimostrato che gli italiani sono in grado di esprimere la loro volontà con o senza riforme di leggi elettorali, con o senza antipolitica. L’80%  del popolo (un dato - in ogni caso - molto alto rispetto alle democrazie della “vecchia Europa”) ha espresso la volontà di liberarsi da discorsi vetusti e polverosi. Rabbrividivo quando, in campagna elettorale, ascoltavo chi parlava di trasformazione di tutti i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, chi parlava di abolizione della proprietà privata, chi di espropriazioni forzate e chi…più ne ha più ne metta! Gli italiani hanno detto basta, e lo hanno fatto ad alta voce.

E’ vero, in parlamento mancherà la “rappresentanza” di un buon 5% (se sommiamo le forze dei diversi simboli), ma questo è il prezzo pagato da chi non ha saputo guardare al futuro tenendo fermi i propri ideali.
Per questo motivo due cose sono un po’ più vere oggi: la dialettica veterocomunista può finalmente andare in pensione e… siamo tutti un po’ più “continentali”.

Sappiamo che Veltroni non aveva alternative, ma un grazie al coraggio della sinistra moderata va comunque detto. Hanno finalmente capito che la politica non poteva continuare con un piede in un passato troppo lontano. Giuste le lotte per i lavoratori (ma il sindacato a che serve?), giuste le lotte per i diritti civili, ma la dialettica deve essere riformata, gli obbiettivi modernizzati.

Domattina ci sveglieremo con una forte crisi da affrontare. Nonostante questa, tuttavia, il mondo delle opportunità è qui, davanti ai nostri occhi. Da domani sarà il compito degli eletti di muoversi verso di quello, perché ora - veramente - non ci sono più scuse.

apr 11

Nella questione Tibetana io sto con i Cinesi.

Ammetto che il titolo di questo post ed il relativo “sottotitolo” (se mai un post ne possa avere uno), sono forti e, a dire la verità, non rappresentano nemmeno quello che penso. Ma se avessi scritto Pro-Tibet, tu ti saresti fermato a leggere?

Ho letto un articolo molto interessante e finalmente fuori dagli schemi mass-mediatici ed ideologici che insozzano il 90% dell’informazione e vorrei riproporvelo.

L’articolo del prof. Cavalera sul Corriere della Sera, intitolato La Storia, il Tibet e L’Occidente, riprende sua volta un brillante articolo scritto dal prof. Cammelli sul sito PoloNews.

Le proteste di questi giorni e l’assumere di rilevanza internazionale della questione tibetana in ambito olimpico hanno dato nuova vitalità alle polemiche sul Tibet. Probabilmente nell’attuale situazione c’è poco da fare: animi esasperati, persone alla ricerca di celebrità a basso costo, la necessità di dare informazioni rapide… Tutto concorre a una informazione standardizzata e ampiamente migliorabile. È in questo spirito di servizio, che non desidera in nessun modo attivare polemiche, che pubblichiamo queste domande, a cui qualcuno dovrà rispondere se si desidera risolvere il problema tibetano. E in effetti l’impressione è che in questo momento non interessi a nessuno risolvere il problema Tibet, ma solo alzare il più possibile il livello di tensione dei rapporti con la Cina.

Chi non ha più diciotto anni probabilmente ha imparato qualcosa sul come affrontare quello che sta avvenendo. Chi è passato attraverso momenti di genuina ed energica protesta di massa delle folle sa quanto possano essere splendidi e irragionevoli. E inarrestabili. Chi nel 1968 avesse osato dire che il regime di Ho Chi Min era tutt’altro che bucolico e poetico non sarebbe nemmeno riuscito a uscire di casa. Chi dieci anni dopo avesse osato accennare a Teheran che Khomeini e la repubblica islamica erano qualcosa di più pericoloso di un martire in esilio vittima dell’imperialismo americano avrebbe rischiato la vita. Come infatti avvenne.

Oggi la levata di scudi anticinese è così violenta, così emotiva e così impulsiva che non resta che attendere. E non si tratta solamente di pazienza. Nella protesta pro-Tibet si inseriscono così tanti elementi occidentali e che hanno ben poco a che vedere con la Cina e con la questione tibetana che non sono di competenza di uno storico della Cina e andranno analizzati come fenomeno occidentale, con i vari strumenti offerti da scienze come la psicologia di massa, ecc.

E così non ha nemmeno molto senso che chi si occupa di Cina si ponga il problema di comprendere quale miscela di emozioni umane spinge oggi la solidarietà occidentale verso un Tibet di cui ignora tutto – ma proprio tutto – con la stessa festosa certezza con cui ieri sostenne il Vietnam ed uno dei partiti più stalinisti ed antidemocratici della storia dell’umanità come quello guidato da Ho Chi Min.

Ai tanti che si interrogano e che dalle redazioni dei giornali, delle televisioni, delle radio telefonano a Polonews per chiedere quale è la nostra valutazione, cosa stia succedendo, vorremmo sottoporre alcune domande che attendono una risposta. Qualunque soluzione del problema tibetano passerà non solo dalle manifestazioni di questi giorni ma anche dalla risposta a queste domande.

Non c’è alcun dubbio che il Tibet nel corso della sua storia millenaria abbia espresso una propria cultura, organizzata intorno a una propria lingua, un proprio sistema sociale ed economico, una religione straniera, importata dall’India, adattata in modo superbo ed originale alle proprie condizioni politiche e fisiche. Non c’è alcun dubbio, dunque, che il Tibet sia una realtà con una ben definita personalità che merita e ha diritto ad essere tutelata e protetta. Rispetto al Paese Basco, alle valli del Tirolo, al Quebec, alla Bretagna, e all’infinità di regioni che vivono all’interno di stati più vasti la storia tibetana presenta dei caratteri molto particolari che ne fanno un unicum. Per questo la questione tibetana è così complessa e non deve essere affrontata come una pura questione di autonomia.

A questo punto, se avete l’acquolina in bocca, se vi fidate del giudizio del sottoscritto, leggetevi l’articolo per intero, perchè merita. L’intero articolo è scaricabile in .pdf da questo link.

Dal canto mio, ho iniziato con un titolo un MOLTO provocatorio, ma concludo riprendendo il senno (forse) e riproponendo come mie le parole scritte dallo stesso prof. Cammelli:

Ancora è alla luce di queste considerazioni storiche che nel corso della IIa guerra mondiale, nel corso di trattative documentate e ben note, Gandhi, Nerhu, Churchill, Roosevelt, Truman, Stalin e Chiang Kaishek furono tutti concordi nel ritenere il Tibet un problema interno alla Cina e su cui la comunità internazionale non aveva titoli per intervenire. Potranno avere sbagliato ma, evidentemente, un simile schieramento non dovrebbe indurre a maggiore prudenza?

[...]

La politica cinese deve cambiare, anche senza le Olimpiadi, anche senza le proteste per la fiaccola. La politica cinese in Tibet si era andata da tempo a infilare in un cul de sac ben noto – ben noto! – ai suoi dirigenti più attenti. Un cul de sac in cui la politica cinese è stata ora ributtata da questa protesta popolare che ha fatto un servizio orrendo a chi in Cina si poneva domande e ragionava.

Trasformando il problema tibetano in una questione nazionale la protesta occidentale è andata a stimolare corde e accenti pericolosissimi e che garantiscono una risposta schematica, brutale, retrograda. Era questo che si stava cercando? Colpire la Cina che cambia in modo da essere sicuri che non muti? Se era questo l’obbiettivo strategico di queste manifestazioni credo sia giusto dire che il successo è stato verosimilmente raggiunto, la vittoria sembra essere piena.Al tempo stesso è proprio questa sostanziale complessità – sebbene riassunta certo in modo molto semplificato e per cui immaginiamo già una pioggia di rettifiche e precisazioni - che suscita scetticismo negli esperti di fronte alla pochezza culturale, molto oltre la soglia del ridicolo, di coloro che parlano di un Tibet indipendente.

Ogni ipotesi politica è percorribile, ogni strada può essere presa in considerazione. Ma nel risolvere i problemi di Milano e della Lombardia non si può partire dall’assunto di terre occupate da Roma. Queste sono idiozie culturali che sappiamo hanno una dignità politica, ma sono – ripetiamo – puri vaneggiamenti privi di una qualsivoglia dignità culturale.

Poi, per carità, in un’Europa e un’America alla disperata ricerca di simboli, priva di modelli cui fare riferimento…va benissimo il Tibet, va benissimo il Dalai Lama… va tutto bene.

Ma questo è un terzo problema, che non ha nulla a che fare con il Tibet e con la Cina. E riguarda piuttosto un occidente in crisi, alla ricerca di modelli e di immagini. In un vuoto ideologico che nessun comandante Marcos può ambire a soddisfare e che reclama a tutti i costi di essere riempito.

apr 10

E’ venuto il momento delle elezioni. Per chi ancora non ha le idee chiare, pullulano test di ogni sorta…

In pausa pranzo mi sono dilettato con questi due test (a mia opinione, i migliori di quelli che girano su internetttte):

Quello che ovviamnete mi colpisce è la loro matematica lontananza da quello che voterò! A tutte le domande avrei sempre risposto: “…, ma….”.

Insodisfatto, mi sono orientato verso un test molto simpatico (da prender con le molle anche questo). Il mio risultato?

Che comparato con quello di molti politici attuali…

… mi rende veramente innovativo!

apr 07

Forse per la prima volta nella storia delle Olimpiadi la fiamma, quell’afflato d’eternità rubato da Prometeo, ha assunto simbologie maggiori della cerimonia stessa. La civilità mediatica, attraverso la sovra-esposizione dell’evento, ha messo nelle mani del tedoforo un foglio di carta bianca, nel quale sono i Media stessi a scrivere ogni giorno… con maggior forza, con maggior intensità, calcando la penna… finchè la torcia non si illuminerà di quella verità che loro stessi avranno indicato.

Ma quale direzione prenderà il corridore? A quale Dio brucia la fiamma? Il desiderio di protesta contro Pechino, lo sforzo di spegnere la fiamma, fermarne la corsa, quale contro-simbolo cullerà in grembo?

Così, scriveva Human Rights Watch nell’ottobre 2006 (e noi già ce ne occupavamo). Oggi d’una consapevolezza maggiore si dipinge quell’immagine: Olympic Torch Illuminates Lack of China Rights Policy.

Non tutti, però la pensano allo stesso modo e la cosa mi rende molto felice (per la presenza di contro-opinioni spontanee, non per i loro contenuti!): su facebook sono nati anche gruppi, composti da studenti di tutte le provenienze ed estrazioni, che sostengono, ad esempio: Tibet was, is and will always be a part of China.

Di fondo la domanda, di retorica pur sempre manzoniana, è sempre la stessa: chi sarà a riscrivere l’Historia? I vincitori (nella loro moda interpretazionista)? Gli oppositori al regime? Coloro che si lanceranno contro la torcia? O forse sarà la verità dei Media?

Il boicottaggio delle olimpiadi non è una soluzione. Che la fiamma non venga mai spenta. Alla luce possiamo combattere quel nemico contro il quale, nella profondità del buio, mai riusicremmo a confrontarci.

What immortal hand or eye

Could frame thy fearful symmetry?

apr 04

Mi giunge voce di una candidatura d’eccellenza…

Sarebbe un bel “premio di maggioranza”… dopo Cicciolina…

mar 31

Con quest’immagine veniamo rappresentati oggi nel “Wall Street Journal”.

“Italy is far from having accepted the principles of the free market. It suffers from hypertaxation and hyperregulation, as well as from the excessive power of the trade unions”.

La ricetta proposta da Mr. Mingardi (lo seguiamo da vicino per le iniziative dell’IBL, che presto vedrà coinvolto anche l’amico Pasquale), è sincera, avvenieristica anche se non esaustiva. Due direttrici?

  • Lower and simplify tax rates;
  • Give Southern Italy economic freedom, not aid;
  • A flat tax of 10% on “nondomiciled” residents;
  • Promote a labor-regulation census;
  • End the public monopoly on workplace accident insurance;
  • Prepare the health-care system for a retiree boom;
  • Keep privatizing;
  • Liberalize public utilities.

Queste voci (seppur marcate ed autorevoli fuori dai nostri confini) sono ancora degli eco lontani nel nostro paese. Non cambieremo presto (per lo meno, non con queste elezioni)… ma solo con continua educazione, dibattito e voglia di imparare…