nov 11

Ed infine decretò l’addio.
Un Bellissimo concerto ieri alla Scala:

F.J. Haydn: Variazioni in fa minore Hob.XVII.6
W.A. Mozart: Sonata in fa maggiore K 533/494
L. van Beethoven: Sonata n. 13 in mi bemolle maggiore op. 27 n. 1 “Quasi una fantasia”
F. Schubert: Sonata n. 21 in si bemolle maggiore op. post. D 960

Così presentato dalla società quartetto di Milano:

Il recital di Alfred Brendel, ospitato per l’occasione dal Teatro alla Scala, si annuncia come un evento storico, dal momento che esso rappresenta il definitivo commiato del grande pianista dal pubblico italiano. Brendel ha deciso infatti di chiudere la carriera musicale con un programma emblematico, che racchiude le linee principali di una ricerca durata per oltre cinquant’anni nel mondo del classicismo, un tempo perfino superiore all’arco d’anni delle musiche in programma. Ciascuno dei quattro autori viennesi è rappresentato con un lavoro caratteristico, in grado di mettere in luce la fitta trama del loro incessante dialogo attraverso la tastiera. Brendel si congeda dal pubblico italiano con una lectio magistralis sullo stile classico, frutto di un’intelligenza spregiudicata e di una conoscenza impareggiabile di quel mondo.

nov 10


Ormai è boom per il social-network nato come “aggrega-compagni-di-college”. Basta sfogliare le pagine del Sole24Ore da qualche mese a questa parte e ci si imbatte in ogni sorta di commento.

La tutela della Privacy va - ovviamente - per la maggiore. Come dimenticare, però, tutti quei commenti sulla civiltà digitale? Sull’homus digitalis, che scompare tra i bit, dietro una tastiera?

In merito vi vorrei proporre uno degli articoli migliori che io abbia trovato sino ad ora. Non a caso è stato pubblicato nell’inserto domenicale del Sole24Ore a firma di A. Bajani:

Da settimane incontro soltanto persone che mi dicono disperate che vogliono uscire da Facebook ma non riescono a farlo. Lo dicono con gli occhi sbarrati e l’espressione di chi chiede aiuto da dietro le inferriate di una galera. Mi sembrano detenuti che dall’alto urlano a chi passa lì sotto, infilano le braccia oltre le sbarre a rimestare nell’aria. Hanno tutta la disperazione di chi sa che il secondino se n’è andato lanciando la chiave nel fiume. È strano pensare che quelle stesse persone fino a un mese fa mi dicevano che senza Facebook non ci potevano stare, che grazie a Facebook si sentivano meglio.

Soprattutto, mi ripetevano che dovevo provarla anch’io, quest’esperienza, perché essere dentro o essere fuori, era come prendere parte alla vita oppure essere morto. Essere «in» oppure essere «out». C’è stato un momento, che perdura, in cui era impossibile sfuggire a conversazioni che non avessero a che fare con Facebook. Qualunque fosse l’origine della discussione, qualunque fosse il fiume di parole che veniva giù dalle bocche delle persone, il mare in cui andava a finire era sempre quello di Facebook.

C’erano amici che quando mi incontravano per strada mi chiedevano «Ci sei su Facebook?». Che era come dire «È inutile perdere tempo qui sul marciapiede, con le macchine che passano, i clacson che non ci fanno parlare, il telefonino, la fretta». «Ci sei su Facebook?», e poi mi piantavano in asso. Li vedevo andar via di schiena, il cellulare tra l’orecchio e la spalla, in mano l’agenda e davanti gli altri che si aprivano come il Mar Rosso davanti a Mosè. Se parlavano di qualcuno, ne parlavano per dire che l’avevano incontrato su Facebook.

Un vecchio amico, un professore di liceo dimenticato, un ex vicino di ombrellone. Persino in questi giorni, quando si parla della vittoria epocale di Obama, si dice che è stata epocale anche perché c’era Facebook.

Così sono entrato «in» pure io. L’ho fatto un po’ per sfinimento e un po’ per riuscire a parlare con quegli amici che per strada mi piantavano in asso dandomi poi appuntamento su Facebook.

In strada erano sempre di corsa, su Facebook stavano a parlare per ore. Perché «in» è tutto molto più tranquillo. Il mio ingresso l’ho fatto una sera di un paio di mesi fa, seguendo con attenzione le procedure. Ci sono entrato con la leggera apprensione che mi imperla le tempie ogni volta che mi avvicino a un oggetto con funzionamento appena più complesso della televisione. Di Facebook sapevo quasi tutto quel che c’era da sapere. Sapevo che si trattava di aprirsi una pagina personale, di scegliere una foto, di inserire qualche informazione su di me, la mia data di nascita, il mestiere, le mie passioni. Lo sapevo perché un’amica mi aveva fatto vedere la sua pagina. Quando l’avevo vista avevo capito che si trattava di aprirsi una specie di loculo, una tomba con la foto che guarda in faccia i passanti, che appunto passano e se hanno voglia lasciano dei bigliettini, cambiano l’acqua dei fiori. Appena ha saputo che ero entrato anche io, la mia amica era contenta e orgogliosa. Era contenta di esserne stata un po’ responsabile. Così non dovevamo più vederci per prendere un caffè in corsa, con i telefonini che suonano, le macchine, la fretta. I due mesi che ho trascorso su Facebook sono stati piuttosto movimentati. All’inizio mi arrivavano molte «richieste di amicizia» e io le ignoravo perché non sapevo chi fossero queste persone. Poi la mia amica mi ha detto che la regola di Facebook era di accettare le «richieste di amicizia», e che dunque la mia condotta era una condotta antisociale. Così da quel momento in poi ogni volta che mi è arrivata una richiesta io ho accettato. In due mesi sono diventato per così dire amico di quattrocento persone di cui non sapevo nulla, e di cui ora conosco la foto che hanno messo sul loculo e poco più. Mi sono trovato a conversare a notte fonda con uomini e donne che mi trattavano come se fossi il loro migliore amico, o mi maltrattavano come il peggior nemico. Mi sono visto tacciare di snobismo per non aver risposto, insultare per aver tardato ad accettare una così detta amicizia.

Ogni volta che ho fatto accesso alla mia pagina, qualche sconosciuto di cui avevo accettato la così detta amicizia si è affacciato da una finestrella dicendomi «Eccoti qui», come se fosse stato tutta la notte appostato dentro il mio androne aspettando di vedermi rientrare. Ho saputo di adulteri di persone più o meno famose scoperte grazie a Facebook, visto che su Facebook tutti vedono tutto quello in cui ciascuno è affaccendato. Sono stato contattato da compagni delle elementari, delle medie e delle superiori. Alcuni di loro hanno voluto a tutti i costi mandarmi delle fotografie per farmi vedere come eravamo. Se penso a tutti gli anni che ci ho messo, per riuscire a dimenticare come eravamo. Poi sono stato contattato da prime, seconde e terze fidanzate, che mi hanno detto «Ti ricordi?». Poi da amici di amici di amici persi a ragione e rimasti (a ragione) relegati in un passato lontano. Ho ricevuto inviti a unirmi a gruppi di ogni tipo, dall’«Obama party» al movimento «Antibimbominkia ». Di quest’ultimo movimento, che impiega il proprio tempo nel manifestare dissenso nei confronti dei seguaci dei Tokio Hotel, ho cominciato a ricevere ogni tipo di segnalazione: «No al bimbominkia su Facebook», «Il bimbominkia si è evoluto in orribile Sfigadulto », «Contro i Bimbominkia per un mondo migliore». Poi: sono stato contattato per ogni tipo di sottoscrizione, per comprare cd, libri, per partecipare a inaugurazioni di negozi, pedalate sociali, per provare prodotti cosmetici, unirmi a merende ambientaliste, ripensare alla rivoluzione maoista.

Ecco, dopo due mesi così ho chiesto disperato ai miei amici di uscirne. E loro disperati, con gli occhi sbarrati, mi hanno detto che non sanno come fare, che ci hanno provato ma non capiscono come si fa, quale procedura si debba seguire. Ne parliamo su Facebook, ciascuno dietro la propria inferriata, le braccia oltre le sbarre a rimestare nell’aria. E così, da qui, da dietro la mia grata mi è venuto in mente Michel Foucault, quando parla del Panopticon di Bentham. «Ogni giorno, anche il sindaco passa per la strada di cui è responsabile; si ferma davanti a ogni casa; fa mettere tutti gli abitanti alle finestre. Ciascuno chiuso nella sua gabbia, ciascuno alla sua finestra, rispondendo al proprio nome, mostrandosi quando glielo si chiede . Questa sorveglianza si basa su un sistema di registrazione permanente». All’inizio della «serrata» viene stabilito il ruolo di tutti gli abitanti presenti nella città, uno per uno; vi si riporta «il nome, l’età, il sesso, senza eccezione di condizione». È un sistema, dice Foucault, che ha un effetto sicuro: «indurre nel detenuto uno stato cosciente di visibilità che assicura il finzionamento automatico del potere perché l’essenziale è che egli sappia di essere osservato». Ne parlo anche con i miei così detti amici, di questo passo di Foucault. Gli dico che è dentro un libro che si intitola Sorvegliare e punire. Più che dirglielo, glielo urlo dalla finestra.

Mah… io ne son divenuto utente su spinta di alcuni amici americani, per tenerci in contatto, quando ancora gli unici utenti italiani erano gli unversitari “scambisti” (passatemi questo termine che rende bene l’idea dello studio all’estero) o quelli che all’estero ci vivevano.
Ne ho sempre fatto un uso limitatamente pervasivo, nel senso che mi dedico all’attività di “cazzeggio nei fatti altrui” solo con le persone con cui diviene necessario tenersi in contatto. Sono refrattario a tutte le applicazioni, faccio qualche test spiritoso e poi lo elimino…

Le sbarre, IMO (in gergo da chat globalizzata), le vede solo chi dietro di loro vuole vivere… e se non ci fosse facebook, ma qualcos’altro… le sbarre le troverebbe lo stesso…

ott 17

Nonostante la crisi che imperversa… c’è da ammirare l’ironia della vita…

Gli irlandesi che ieri dicevano “no all’europa ed al suo trattato di Lisbona” oggi chiedono a mani basse l’assistenza della BCE sognando di “giocare amenamente in eurolandia” (diversamente, avrebbero fatto la fine dell’Islanda).

Qui a Milano l’aria è pesante, la crisi ha toccato anche via Monte Napoleone. Poco fa un mendicante al posto delle solite “monetine” mi ha chiesto “un ticket restaurant”. Segno, evidentemente, dei tempi che cambiano e della sfiducia anche dei barboni nella moneta.

Nel nostro piccolo, ormai, siamo diventati tristi… ma anche molto divertenti. Se oggi vi foste fatti un giro per le tabaccherie durante la pausa pranzo avreste visto la ressa per giocare al super-enalotto.

Tutti in fila, in giacca e cravatta, sognando quei 6 numeri da 91 milioni di euro (o ticket restaurant)… così poi il vestito (come diceva la pubblicità di una nota carta di credito) lo puoi anche bruciare.

Sempre che lo stato non fallisca prima di averti pagato la tua vincita, s’intende!

ott 02

Facendo seguito ad un post dei giorni scorsi (Quanto valgo?), pubblico immantinente la risposta dell’amico Vito, sempre molto attento ad i dati matematici dell’esistenza.

mi fa piacere vedere che il tuo VAN è di 470.000 euro.
per curiosità che dati hai usato?!…
 \mbox{VAN}=-{C_o}+\sum_{k=1}^n \frac{C_k}{(1+{r_w})^k}
data la formula,
io al primo fattore C con 0 (non posso metterlo in formula) ci metterei quanto hai speso fino adesso in 5 anni + affitti + varie, quindi diciamo 45.000 di università più 25.000 di collegio + metti un 5.000 annui per te stesso sono un totale di 95.000:
abbiamo quindi il primo termine: - 95.000
ora vediamo il fattore positivo: la sommatoria dei flussi finanziari scontati ad un tasso di interesse (diacimo 4% per essere realisti) per un arco temporale k che diciamo essere la carriera lavorativa (diciamo 40 anni)…
per k = 1 (il tuo primo anno di lavoro!) prendi diciamo 1000 al mese, quindi avrai 1000/ (1 + 0.04) = 961
ad oggi il tuo VAN è : -95.000 + 961 = -94039.
quanto ti aspetti di di guadagnare all’anno nei prox 39 anni per arrivare ad un VAN di 470.000, tenendo presente che il valore del denominatore (1+r)^k diventerà sempre più pesante a misura che vai avanti con gli anni e k cresce, andando quindi a ridurre il valore attuale delle tue entrate future!!!
I wish u all the best :P
Vito

Sono nei guai…

ott 02

Ho trovato illuminante (e quantomai vero) questo post di OJB sui cinque stadi della vita di un blogger…

set 15

C’era la storia di colui che chiamavano “leader”, per il mondo trotterellava senza meta, forse senz’anche una motivazione ben precisa.

Donava impegno, gaudio e compagnia… ricevendone sempre un sorriso - almeno.

Poi tornò da un lungo viaggio, e subito ne volle affrontare un’altro. Per questo pare che abbia la preparazione, ma dicono che non basti.

Oggi, al suo posto, ci sarebbero schiere di devoti agli dei dorati. Lui come un saggio predecessore ha scelto le tavole delle leggi.

E se c’è chi inganna (od almeno tenta) il grigiore con l’amor platonico o carnale… lui sembra aver scelto la Verità.

Così, un po’ come Jones il suonatore fui sorpreso dai miei venti’e passa anni… e con la vita avrei ancora giocato.

Lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero… non al denaro, non all’amore nè al cielo.

lug 28

A qualche giorno di distanza dall’Evento, non posso che ricominciare a scrivere e proporvi una selezione di foto dello stesso…

giu 20

Dopo un periodo di gestazione che va da lunedì 31 ottobre 2007 alle ore 12.15 ad oggi, 20 giugno 2008 alle ore 15:01, possiamo dire che il “parto” è avvenuto con successo.

Il titolo: L’obbligo di riservatezza nell’arbitrato commerciale interno ed internazionale: aspetti giuridici di natura sostanziale e processuale

La tesi in cifre:

√ 388.784 caratteri

√ 58.429 parole

√ 6.052 righe

√ 1.581 paragrafi

√ 210 pagine totali

√ 176 il core della tesi

√ 23 aprile: il giorno di inizio della “scrittura intensiva”

√ 4 capitoli

√ 1 chance per giocarsi il tutto: data da definirsi tra il 23/25 luglio p.v.

Insomma… ho dato i numeri!!

Per non parlare delle considerazioni semiologiche su… l’alloro, la rosa e la lince ^_^

p.s. Siccome la mia vita è ricca d’ironia… appena consegnato ho comprato il libro di fallimentare U_U

giu 15

Agli amanti della musica classica vorrei segnalare un importantissimo progetto open source, nato qualche tempo fa… MusOpen

Musopen is an online music library of copyright free music (public domain music). We want to give the world access to music, without the legal hassles so common today. There is a great deal of music that has expired copyrights, but almost no recordings of this music is in the public domain. We aim to record or obtain recordings that have no copyrights so that our visitors may listen, re-use, or in any way enjoy music. Put simply, our mission is to set music free.

giu 13

E’ da qualche giorno online un ottimo sito d’approfondimento…

Segnaliamo il genio nella penna di colui che lo scrive… e l’ingegnaria informatica, opera del sottoscritto ^_^